martedì , 21 novembre 2017
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‘MBARE: etimologia e significato

C’è a Catania una parola − e non credo ci sia, per contenuti, in nessun’altra parte del mondo − che racchiude in sole cinque lettere concetti di fratellanza, intimità, condivisione, rispetto, confidenza ed amicizia. E questa parola è “mbare”, molto più raramente “mpare”, abbreviazione, ma solo per mera pigrizia lessicale, di “compare”, cioè “tu sei compare a me”: etimologicamente, deriva dal latino “compater − tris”, composto di “cum” e “pater”, ed indicava originariamente colui che tiene a battesimo il figlio altrui, il padrino, ma anche il testimone di uno degli sposi, per poi diventare successivamente, in una accezione più popolare e generalista, sinonimo di “soggetto più che familiare”.
Ogni giorno, a Catania, si consumano milioni di frasi fatte anche solo di soggetto, predicato e mbare. Spesso inconsapevolmente, i “minchia mbare”, “au mbare”, “comu si mbare”, servono a rinnovare e ribadire l’amicizia tra due persone, reciprocamente, come premessa a qualsiasi altro discorso. Uno mbare che definirei a “prestazioni corrispettive”, nel senso che, intanto io ti chiamo “mbare”, in quanto so che anche io sono compare a te.

C’è, invece, a Catania una parola − e non credo ci sia, per intenzioni sottese, in nessun’altra parte del mondo − con la quale una persona azzera, in un solo istante, la distanza con qualsiasi altro soggetto a lui un istante prima sconosciuto; e questo anche quando quella distanza sia imputabile alla diversità di classe sociale, provenienza geografica, credo religioso, razza, opinione politica, persino lingua parlata e, ma sono casi veramente rari, sesso. E questa parola è: “mbare”.
E’ uno mbare però che, sempre per comodità espositiva, chiamerei questa volta a “prestazione unilaterale”, di natura ricettizia, diverso da quello di cui sopra, perché non presuppone una precedente fratellanza tra due soggetti, che la vogliono appunto rinnovare e ribadire, ma esprime anzi un’imposizione unilaterale di intimità e confidenza da parte di un soggetto verso un altro, a lui sconosciuto, che la subisce passivamente.

Ecco, ci pensavo stamattina, quando in via Umberto, un mammoriano col motorino non ha dato la precedenza ad un pedone che, con evidente dialetto del nord, in giacca e cravatta, lo ha subito rimproverato di questa condotta evidentemente incivile ed in aperta violazione delle norme del codice della strada. Allora il mammoriano, dopo aver guardato un istante per terra ed essersi interrogato sul significato di quelle macchie bianche di forma rettangolare, perfettamente geometriche nella loro sequenza, disposte l’una dopo l’altra, si è fermato un paio di metri più avanti e, pur rimanendo seduto sullo scooter, sempre con le mani appoggiate parallelamente sul manubrio, girando solamente il capo di circa 50/60 gradi, gli ha detto, sempre all’uomo che veniva dal nord e che solo per questo pensava di avere ragione: “mbare ma picchì sta facennu accussì?”.

Questo chiaro esempio di mbare unilaterale − che sul piano lessicale, forse è scontato dirlo, è assolutamente incompatibile con il LEI, a pena di apparire ridicolo, ed implica quindi l’abbattimento immediato della terza persona singolare −, che io reputo estremamente romantico, con cui il catanese ha subito aspirato a stringere fratellanza con l’uomo venuto dal nord, a farlo sentire un suo simile, pur rimarcando implicitamente di non sentirsi un suo simile, comodamente dal sellino del suo scooter, senza neanche scendere e stringergli la mano, senza presentarsi e dire nome e cognome, senza porsi il problema se quello lo stessa capendo, chi fosse, che lavoro facesse, altro non è se non la manifestazione tipica di una attitudine, tutta catanese, che è quella di ricevere un dito e prendersi il braccio con tutta la clavicola.

Esistono, però, diverse forme di “mbare unilaterale” a Catania, che presuppongono unicità di significato, ma una diversità di stati emotivi. Nell’esempio che ho citato, lo mbare unilaterale è tipicamente di “riappacificazione” e si traduce in italiano così: “perché ti stai cotanto adirando, persona a me sconosciuta che parli una lingua del nord, solo perché non mi sono fermato sulle strisce pedonali, quando in fondo, se ci rifletti, a prescindere dalle nostre diversità, anche linguistiche, noi siamo fratelli?”.

Tra due sconosciuti, si può ancora ricordare lo mbare unilaterale di “rassicurazione”, in risposta alle domande altrui. Ad esempio, alla pescheria:

“Excuse me, this is a fresh fish?”.
“Scetto, mbare” (traduzione: come pensi che io possa venderti del pesce non fresco, quando in fondo io e tu, anche se sei straniero, siamo fratelli?”.

C’è poi lo mbare unilaterale di “lamentela”, ad esempio in una trattativa tra sconosciuti per l’acquisto di motorino su subito.it:
− “Quanto costa stu scooter?
− “700 euro, è nuovo”.
− “Non ci poi livari nenti?
− “No è nuovo”.
− “Avaia mba(re)”
Qui bisogna fare attenzione, perché lo mbare unilaterale con anteposto “avaia”, è l’unico caso in cui subisce un fenomeno di troncamento, con le due lettere finali, che ci sono idealmente, ma non vengono effettivamente pronunciate, perché cedono il passo e così valorizzano l’avaia, che è la parte centrale della comunicazione (traduzione: “maledizione, ma come non puoi ribassare il prezzo, giusto a me, che io e tu siamo fratelli?”).

C’è ancora lo mbare unilaterale di “aggressione”. Ad esempio, se il pedone venuto dal nord avesse insistito e rifiutato ogni riappacificazione, allora il mammoriano avrebbe cambiato registro ed avrebbe detto “uora ma ruttu a michia, mbare” (traduzione: “io ti ho dato la possibilità di essere mio fratello e, nonostante rimanga nelle mie intenzioni diventare tuo fratello, tu comunque mi hai fatto molto arrabbiare”).

C’è lo mbare unilaterale di “meraviglia” che, rispetto a quello di “aggressione”, si pronuncia a “minchia anteposta”. Ad esempio, state camminando per strada, scivolate e cadete, si avvicina il catanese, accortosi stupito della vostra caduta e dice: “minchia (qui è evidente il minchia anteposto), accura mbare” (traduzione: “Oh mio Dio, sono molto dispiaciuto di vederti caduto per terra, stai attento, non mi fare preoccupare, che noi siamo fratelli”).

C’è lo “mbare” da “fermo a Piazza Santa Maria di Gesù”: “mbare, maddari i soddi” (traduzione: “avrei potuto chiedere i soldi ai miei genitori, stamattina, uscendo di casa; ma è più giusto, forse, che sia tu a donarmeli, come atto di dimostrazione della nostra fratellanza. Non costringermi a ricorrere a mezzi meno pacifici”).

C’è, infine, e ho concluso, ma potrei continuare credo per altre 89732 righe, lo mbare unilaterale “malinconico”, quando sei un po’ triste e solo, e ti fermi ad Acitrezza a guardare il mare. E’ quello che mi piace chiamare “mbare di inverno”. Tu sei li, che guardi il mare da solo, e pensi, e rifletti sulla tua vita, c’è molto silenzio, sei concentrato, quasi stai meglio, quando ad un certo punto tutta la poesia si frantuma, perché passa uno con lo scooter e grida così, senza motivo e senza fermarsi, “mbareeeeee” (traduzione: “non fare brutti pensieri, per qualunque cosa, ci sono io, che sono tuo fratello, ma ora me ne devo scappare”).

di Mattia Iachino Serpotta

 

 

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Scritto da Andrea Carollo, La Liscìa Catanese

La Liscìa Catanese non è umorismo o cabaret, La Liscìa è naturalezza e spontaneità. E’ quel carattere insito nel Catanese che trova maggior espressione nelle situazioni più varie e talvolta tristi. La Liscìa è l’oro dei catanesi, è magia ed è il modo più efficace per sdrammatizzare, per far sorridere chi motivi per sorridere non ne ha, per dire la propria in modo ironico e divertente.

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